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Trawler, genesi di un genere iconico

Nella genealogia della nautica da diporto sono pochi i generi che vantano un lignaggio autentico come quello del trawler. A differenza dei tanti scafi progettati esclusivamente per la velocità o per soddisfare le mode, il trawler nasce infatti non da uno stimolo, ma dalla pura necessità, evolvendo così –come del resto gozzi, lobster e llaüt– dal già provato e consolidato pragmatismo degli scafi da lavoro. Concepito a partire dalla resilienza e dall’autonomia delle flotte pescherecce commerciali, il Trawler si è fatto rigorosa evoluzione di queste, passando dall’essere strumento di lavoro e sopravvivenza all’odierno simbolo di comfort ed eleganza, arrivando oggi a rappresentare uno dei capitoli più affascinanti della storia nautica del secolo scorso.



Partiamo però dalle basi, dall’anatomia del genere. Profondo, dalle linee tondeggianti e capace di portare avanti l’eredità delle flotte d’altura, il trawler nasce come uno scafo capace di assecondare il mare e il moto ondoso, facendosi presto portavoce di una cultura che guarda alla libertà del viaggio, all’efficienza e all’autonomia.

Sostanzialmente in contrapposizione con la sua contemporanea “fame di velocità” –grande caratteristica del boom nautico del secondo dopoguerra– il Trawler nasce infatti in contrasto con le tendenze velocistiche dell’epoca: progettualmente lento, vuole esclusivamente essere capace di portare confortevolmente lontano. E l’intero suo bagaglio tecnico ne è la prova, riducibile ai minimi termini in tre elementi chiave: una carena ineccepibile, motori affidabili e consumi limitatissimi. Una combinazione che, dedicata alla crociera, troviamo per la prima volta nell’Hong Kong di primi anni ‘60…

 
 
 

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